Come uno stato ottimista/pessimista influenza l’attività cerebrale e il decision-making

Ho trovato un articolo molto interessante sul funzionamento del cervello in particolari situazioni su cui mi piacerebbe dirigere la vostra attenzione in modo da discuterne insieme. In particolare mi ha interessato questa ricerca perchè dimostra (cose note da tempo) che effettivamente lo stato mentale positivo autoinduce un aumento di attività cerebrale e quindi una maggior probabilità di riuscita nelle nostre azioni (viceversa vale per uno stato negativo).
Io sono sempre stato dell’ opinione che il nostro atteggiamento mentale è tutto, ci conduce al successo o all’insuccesso in ogni nostra azione (destino?), questa se vogliamo seppur parziale ne è una prova inconfutabile. Tra l’altro l’atteggiamento mentale positivo/negativo influenza anche l’umore delle persone di cui ti circondi e condiziona molto il tuo carisma, sarebbero cose molto importanti da sapere e insegnare a scuola, in modo da istruire in maniera emotivamente intelligente le nuove generazioni. Vedremo come le neuroscienze ci sorprenderanno in futuro..

Intanto ecco a voi la mia traduzione dei risultati della ricerca riportata su

Science Daily (Aug. 4, 2010):
Spesso ci chiediamo se riusciremo a raggiungere un obiettivo o se lo falliremo. Le conseguenze di vittoria o di perdita, influenzano direttamente il livello di impegno che la corteccia cerebrale umana deve fare per mettere in moto i circuiti neurali. Questo è il risultato che, stando ad uno studio del California Institute of Technology (Caltech), alcuni neuroscienziati sono giunti.

Il report della ricerca, coordinata da Richard A. Andersen (professore di neuroscienze del Caltech), è stata pubblicata sul numero di agosto di PLoS Biology.

La ricerca condotta nel laboratorio di Andersen aveva anche l’obiettivo di comprendere i meccanismi neurali che si celano dietro la pianificazione delle azioni e la presa delle decisioni (il tanto decantato decision-making).
Il laboratorio ha lavorato sullo sviluppo di dispositivi di protesi neurale impiantata (implanted neural prosthetic devices), che avrebbero la funzione di fare da interfaccia tra i segnali del cervello di persone paralizzate e le membra artificiali. Questo consentirebbe alle azioni pianificate dei pazienti di controllare il movimento degli arti.

In particolare, il gruppo di Andersen, si è focalizzato sull’area del cervello chiamata “corteccia parietale posteriore” (in inglese posterior parietal cortex, PPC), dove gli stimoli sensoriali vengono trasformati in intenzione di movimento.

All’interno di questo studio, Andersen e i suoi colleghi, hanno usato una tecnica di scansione di immagini a risonanza magnetica, per monitorare l’attività nella PPC e nelle altre aree del cervello dei soggetti che erano chiamati a compiere azioni complesse. Usando una “trackball” (come quelle del mouse per intenderci), i soggetti dovevano muovere il cursore verso un certo numero di zone su uno schermo di un computer, memorizzate in un ordine predeterminato.Magnetic resonance imaging scanner

“ai soggetti è stato dato un secondo di tempo per memorizzare la sequenza, 15 secondi per pianificare i loro movimenti in anticipo e poi solo 10 per completare l’azione.” riporta Igor Kagan, il senior researcher fellow in biologia del laboratorio di Andersen e co-autore dell’articolo su PLoS Biology. “Abbiamo intenzionalmente creato una prova molto difficile, che io stesso non saprei svolgere”.

I soggetti hanno ricevuto una ricompensa economica per aver partecipato all’esperimento, con i guadagni strettamente connessi ai risultati delle loro performance. L’ammontare di denaro che poteva venire guadagnata (o persa) variava da esperimento a esperimento. In uno di questi, ad esempio, il successo comportava la vincita di 5$ mentre il fallimento comportava la perdita di 1$. In un altro esperimento il successo valeva 1$ e la perdita 5$, in altri invece lo scarto era +5$ e -5$. I soggetti erano a conoscenza di queste condizioni economiche primadi ogni esperimento.

Prima di ricevere le ricompense i pazienti hanno evidenziato, tramite dei questionari post-test, come hanno percepito le loro performance. La cosa interessante è che questa percezione non era per niente correlata con le relative performance; gli individui dei gruppi che credevano di aver fatto una buona prestazione erano come quelli che avevano avuto una pessima prestazione e vice-versa.

Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che il pattern delle attività cerebrali nella corteccia parietale posteriore, era connesso a quanto bene i soggetti “credevano di aver svolto” gli esperimenti – quindi alla percezione soggettiva delle loro performance, più che alla loro prestazione oggettiva – così anche per il guadagno o la perdita economica attesa dal successo o fallimento.

Quanto duramente “si impegni” il cervello di un individuo per un obiettivo dipende moltissimo dall’approccio personale della persona. Per esempio, dice Andersen, “i soggetti ottimisti e che credono di stare facendo bene metteranno più impegno, (risulta parallelamente un aumentata attività nella loro corteccia parietale posteriore) quando si aspettano di ricevere un guadagno dal successo nell’esperimento. In maniera opposta, individui che credono di star andando male (i pessimisti) mostrano un attività cerebrale massima quando è massima la perdita economica per il fallimento del test.

“loro tentano duramente di evitare perdite e sembra interessargli meno del potenziale guadagno” aggiunge Kagan.

“Questo studio dimostra che i processi di pianificazione delle azioni è influenzato fortemente dalla nostra soggettiva, ma spesso sbagliata, idea di quanto bene stiamo facendo, cosi come per i potenziali guadagni o perdite” dice Andersen.
I risultati suggeriscono che le aree corticali coinvolte nella pianificazione delle azioni, lo sono anche nei meccanismi di presa delle decisioni e prendono in carico compiti cognitivi di alto livello, come i fattori soggettivi quando si decide tra le potenziali azioni.

L’articolo ha anche come ulteriore co-autrice la dottoressa Asha Lyer, la prima autrice dello studio, ora del Mount Sinai Medical School e il post-dottorando Axel Lindner, ora group leader dell’università di Tübingen.
La ricerca è stata finanziata dalla Gordon and Betty Moore Foundation, dalla James G. Boswell Foundation, e dal National Eye Institute.

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